Il numero del 15 aprile 2010 del New England Journal of Medicine pubblica un RCT finalizzato a dimostrare la non inferiorità di un controllo farmacologico meno aggressivo, rispetto a quello finora raccomandato, nella prevenzione della morbidità e della mortalità cardiovascolare nei pazienti con fibrillazione atriale permanente.
Allo studio hanno partecipato 614 pazienti randomizzati ad un trattamento farmacologico con uno o più farmaci ad effetto dromotropo negativo (beta-bloccanti, calcio-antagonisti non diidropiridinici, digossina) con l’obiettivo di raggiungere una frequenza cardiaca massima a riposo inferiore a 110/min nel gruppo a trattamento “blando” e una frequenza massima a riposo inferiore a 80/min nel gruppo a trattamento aggressivo.
L’outcome primario composito misurato è stato il numero di morti cardiovascolari, di ospedalizzazioni per scompenso cardiaco, di stroke, di eventi tromboembolici sistemici, di aritmie gravi.
L’incidenza cumulativa degli eventi dopo 3 anni di trattamento è stata del 12,9% nel gruppo a trattamento “ blando” e del 14,9% nel gruppo a trattamento aggressivo, con una differenza assoluta del 2%. La frequenza di effetti avversi è risultata sovrapponibile nei due gruppi, ma i pazienti trattati con atteggiamento più “blando” hanno avuto necessità di un minor numero di controlli.
Gli autori concludono che il trattamento meno aggressivo si è dimostrato altrettanto efficace del trattamento più aggressivo in termini di outcome clinici, ma più conveniente per i pazienti e per il sistema sanitario, visto che ha richiesto meno visite e meno controlli strumentali.
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content.nejm.org/cgi/content/abstract/362/15/1363